Quando il razzismo si sconfigge con una risata

La partita di Liga Spagnola di sabato 26 aprile 2014 non passerà alla storia per la bella vittoria del Barcellona sul Villareal col risultato di 3 a 2, arrivata per giunta dopo il doppio svantaggio iniziale dei Catalani, ma per il singolare episodio che ha visto protagonista il terzino brasiliano Daniel Alves: durante il primo tempo infatti, un tifoso dagli spalti lo schernisce tirandogli una banana e lui, come risposta, la raccoglie, la sbuccia e la mangia.A fine partita, intervistato dai cronisti sulla curiosa vicenda, il calciatore ha risposto dicendo che ha agito d’istinto, credendo che forse, l’unico modo per rispondere ad una volgare provocazione razzista, è ridere della stessa. E poi ha aggiunto, che le banane fanno bene a chi gioca e prevengono i crampi. Quando si suol dire appunto, ridiamoci su.

Gli utenti del web nel frattempo, colpiti dal bel gesto del giocatore, hanno voluto rendergli omaggio ed al tempo stesso essergli solidali, mangiando anch’essi una banana, fotografandosi e condividendo l’istantanea su Twitter e su Facebook. Nel giro di 24 ore sono stati milioni i post di ragazzi e ragazze che, come va di moda dire oggi, si sono fatti un “selfie” mentre addentano il frutto preferito dalle scimmie. Accanto, l’inevitabile hashtag,  #WeAreAllMonkeys, o #TodosSomeMonos, a seconda del paese di provenienza; tradotto, siamo tutte scimmie. Appunto. A loro, si sono uniti anche numerosi colleghi di Alves, dal compagno di squadra Neymar a Balotelli, fino al CT della Nazionale Cesare Prandelli, che ha voluto dividere la propria banana con il Premier Matteo Renzi.

Non prendeteci per sprovveduti, sappiamo che questo gesto è stato studiato a tavolino dai migliori esperti di marketing dei blaugrana, come ormai sembra appurato, dalle dichiarazioni dello staff del Club. Semplicemente non ci interessa, Anzi ben venga! In fondo si tratta di studiare a tavolino il modo più eclatante per lanciare un messaggio al mondo, utilizzando un gesto che può coinvolgere l’opinione pubblica. Il gesto, che sia studiato o no, è servito a rendere virale la lotta al razzismo nel calcio e indirettamente nella società.

Anche perchè, sappiamo tutti bene che le parole del campione della nostra squadra del cuore di calcio, soprattutto in Italia, smuovono le coscienze più che un discorso del Presidente della Repubblica…

Dicevamo. E se fosse questa la strada da prendere per risolvere in maniera definitiva la piaga del razzismo negli stadi? Opporsi agli insulti ridendo di se stessi, può davvero essere la soluzione ad un problema che da ormai troppi anni, affligge il mondo del calcio e non solo? Per me la risposta è sì. Come dice Oscar Wilde, “Se l’uomo delle caverne avesse imparato a ridere di se, la storia sarebbe andata molto diversamente”. E come dargli torto dopotutto?

Dati alla mano, il pugno di ferro utilizzato dalle varie istituzioni competenti (Lega, Uefa, Fifa ecc. ecc.) non ha portato a risultati eclatanti negli ultimi anni. I giocatori di colore continuano ad essere fischiati e scherniti nonostante le rigide sanzioni puntualmente applicate, quali chiusura del settore, disputa di partite a porte chiuse, Daspo, processi e chi più ne ha più ne metta.  Purtroppo a volte, e questa è a mio avviso la cosa più triste, il tifoso ignorante, inneggia cori discriminanti il colore della pelle, solo per seguire la moda del momento ed andare dietro la massa (il che non lo rende ovviamente meno colpevole). Chi fa i “buu” allo stadio, spesso non è nemmeno razzista, lo fa per sentirsi parte di un qualcosa che in realtà nemmeno esiste. E le pesanti conseguenze che è costretto a pagare, nella maggior parte dei casi non sono altro che un vanto da sfoggiare con gli amici.

Per questo reputo fondamentale nella lotta al razzismo, anche se può sembrare un controsenso, il dare poco peso alle vicende che accadono intorno ad essa e fare autoironia. Il famoso “riderci su” ha un effetto miracoloso perché ci riconduce presto ai livelli normali di decenza; Come avviene in tutti i gruppi di amici, come avviene a tutti noi: tutti si fanno una risata sull’accaduto e poi ci mettono una pietra sopra. Con questo non intendo dire che il tifoso che ha lanciato la banana in campo non debba essere punito, ma pensandoci bene, quale punizione può essere peggiore della derisione prima di un intero stadio e poi di tutto il popolo del web e dei mass media? Credete che adesso ad altri stupidi venga voglia di tirare il frutto preferito dai macachi su un campo di gioco? Io, in tutta onestà, penso proprio di no!

Allora diciamo sì all’ironia come strada per battere il razzismo. Fotografiamoci mentre mangiamo una banana ed escogitiamo altri divertenti metodi per smontare stupidi ideali di chi crede ancora nelle diversità che riguardano il colore della pelle…

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