L’ultimo dei cantastorie: addio a Carlo Monni

foto1478L’uomo che si aggirava per le sagre paesane decantando fiorentine verità, che accostava, con onesta naturalezza, poesia a finocchiona se ne è andato a quasi settanta anni. “I’ Monni” era una persona rara, l’emblema della toscanità allo stato puro. Amava lo spirito del convivio e la poesia di Cecco Angiolieri. In lui tutta l’eleganza degli uomini di un tempo, devoti alla loro terra e alla gioia di vivere.  Attore per vocazione, non era affatto insolito incappare in una sua performance en plein air a Firenze. Più attrattivo di una calamita, le persone accorrevano per non perdersi quello spettacolo: un gigante genuino, intriso di tradizione popolare e letteratura.

E’ proprio nell’ambiente delle sagre e delle feste dell’unità, dove esordisce con i primi spettacoli, che conosce Roberto Benigni, compagno delle prime avventure artistiche in televisione e al cinema nonché grande amico. La rocambolesca coppia Monni-Benigni approda nel ’76 su Rete 2 con il programma comico Onda Libera, conosciuto anche come Televacca. Il set è una stalla di Capalle dove si aggirano vacche e pollame insieme ad ospiti come Francesco Guccini. Ogni tanto irrompono voci fuori campo: sono gli antesignani della televisione ( Buongiorno, Corrado..) che esprimono il loro dissenso per la trasmissione, minacciando di far fuori il presentatore ( Benigni). Il sodalizio prosegue qualche anno dopo con il programma di Benigni Vita da Cioni su Raitre, e con il film Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci che sancisce la sua notorietà grazie al ruolo di Bozzone: personaggio ormai culto della toscanità più viscerale. Il suo famoso monologo “ Noi semo quella razza..” viene successivamente ampliato da Monni con un nuovo finale: “Noi semo quella e un credo di esser solo, che spesso e volentieri l’ha preso nel bocciolo”. Nel 1984 è di nuovo sul set con Roberto Benigni e per la prima volta con il grande Massimo Troisi: si gira Non ci resta che piangere, Carlo interpreta l’indimenticabile Vitellozzo. Nel corso della sua carriera lavora con registi del calibro di Marco Ferreri, Mario Monicelli, Sergio Citti, Pupi Avati, Alessandro Benvenuti e Paolo Virzì, prendendo parte a quasi sessanta film.

Presenza fissa al Teatro di Rifredi dove ha lavorato fino all’ultimo. Lì inizia la sua collaborazione con Angelo Savelli: spettacoli come S’io fossi foco e Nel mezzo del cammin permisero a Carlo di esprimere tutto il suo amore per Dante e per gli antichi poeti toscani più irriverenti. Continua a calcare il palco del Rifredi con alcuni spettacoli a cui si sentiva particolarmente legato: lo shakespeariano Falstaff e Notte Campana, un viaggio poetico che gioca sul parallelo tra la vita di Dino Campana, il poeta di Marradi, e la sua, il comico di Campi Bisenzio ( o Champes de la Bisenz come lo chiamava lui ironizzando). Alla fine degli anni novanta collabora con il beffardo duo Ceccherini-Paci : Fermi tutti questo è uno spettacolo è la loro fantastica e canzonatrice versione di Pinocchio, riproposta per anni nei teatri toscani riscuotendo sempre le stesse veraci risate.

Carlo resta uno di quei personaggi sanguigni che hanno saputo incarnare al meglio lo spirito della Toscana, uno di quelli che ancora riusciva ad incantare con i suoi racconti e a coinvolgere con la sua turbolenta fisicità. Se ne va un attore stimato, libero e puro. Forse solo le parole del suo poeta, Vincenzo Cardarelli, riescono a delinearne efficacemente i tratti: “ La vita io l’ho castigata vivendola”.

 

 

 

Be Sociable, Share!