Il coraggio, la speranza e il buio.

porta europa tramontoHo scritto un articolo, l’ho scritto una mattina ma non l’ho pubblicato….Era un flusso di coscienza, era personale, era provato, era senza titolo…era mio!

Ma sono solo una persona che scrive per passione delle proprie passioni e nella propria sensibilità può aver bisogno di sfogarsi di dire la sua; e se questo può servire per aprire gli occhi anche ad una sola persona che mi legge o a nessuno, ne varrà sempre la pena.  Per questo articolo lasciate perdere “il Maniaco” e la sua linea editoriale, Questo è la persona che ci sta dietro. Sinceramente distrutta.

Stamane mi sono alzato prima. Eppure è domenica e di solito io dormo fino a tardi; se non ho nulla da fare dormo fino a tardi.

Stamane no. Ho aperto gli occhi e semplicemente non sono più riuscito a prendere sonno, non riuscivo neppure a tornare a letto. Ho pensato fosse un caso, ma quando poi mi sono diretto verso il mio tablet, scoprendo dalle pagine de “l’ultima Ora” dell’ANSA la notizia agghiacciante, ho pensato che fosse solo un incubo. Ero sveglio purtroppo e il mio spirito dapprima di me. Il mio corpo? non lo sentivo….il mio corpo era fermo, immobile quasi come fossi in catalessi. Congelato era il mio pensiero e fisso, attraversato da continui flussi di pensieri, paure e immagini mentali.

Un’altra volta no, ho pensato. Stavolta 700 martiri della speranza non ce l’hanno fatta; l’altra volta era 339 e mi sembravano già allora uno sfacelo. Non così. Il pensiero che, come una sorta tortura da compasso dantesco, i loro occhi si siano chiusi per sempre con impressa un’immagine di pura libertà, la loro salvezza a pochi metri, nella figura di una nave container portoghese, mi strugge.

A dire il vero molti non hanno avuto neanche questo ultimo anelito di speranza prima del buio pesto; lo sie è saputo solo dopo, quando sono usciti i primi macabri dettagli dell’accaduto. Molti di loro, troppi, erano nascosti anzi pressati nella stiva della nave. Un peschereccio dei soliti, vecchio e rugginoso, con quelli che potete vedere nel cimitero degli scafi di Lampedusa. Di cimitero in cimitero. Dall’acqua alla terra ferma.

Riprende il flusso − E’ ignobile che un paese si scopri sensibile a destini di questi ragazzi, giovani, donne con i loro bambini, solo dopo immani tragedie. Se credessi in Dio potrei quasi pensare che possa essere tutto un suo piano; un’applicazione strenua del machiavellico “fine che giustifica i mezzi” necessario per svegliare dal torpore le nostre coscienze.

Lampedusa

Ormai sono rassegnato al fatto che noi italiani, anzi noi europei non riusciamo ad andar e oltre la tragedia. Non riusciamo proprio a mantenere la nostra attenzione su un disastro una volta esaurita la sua carica mediatica. Noi europei, forse addirittura noi occidentali, viviamo in un perenne disturbo da deficit dell’attenzione che ci annubila la memoria a medio/breve termine, quando le tragedie colpiscono persone di un determinato colore della pelle o provenienti comunque da quelle terre di nessuno chiamate Africa e Asia.

Non bisogna negarlo, il colore della pelle per molti è l’unica cosa che conta! O meglio la più significativa. Una seconda variabile potrebbe essere, egoisticamente, la prossimità. “In che senso?” penserete voi che siete fuori dalla mia mente contorta..Semplice: “Se sei Nero, finché ti trovi a migliaia di km lontano da noi, non ci interessa se muori o continui a vivere; Se ti avvicini al nostro mondo, alla nostra sfera personale allora è meglio se sparisci, se in fondo al mare tanto meglio!”. 

Questo lo pensa troppa gente e ne sono disgustato. 

“Quella gente” è la stessa che inneggia ora a fantomatici, almeno spero, blocchi navali militarizzati (come spiega l’analisi lucida di Alessandro Leogrande su Internazionale), o muri invalicabili, o addirittura che brama di poter sparare a vista agli immigrati prima che essi giungano in acque italiane, un po’ come fanno i Ranger del New Mexico con i poveri Messicani. Pronti a tutto per fermarli, pronti a tutto pur di non farli arrivare così vicino da meritare la nostra attenzione o il “loro” odio. Per molti invece tutto ciò che conta è la responsabilità: Trovato il colpevole, tutto è più semplice tutto è più chiaro; “la colpa all’europa!”, “La colpa è dei buonisti di sinistra!”, E via e via.

L’Europa ha la sue responsabilità, è vero, ma per tirare in ballo l’Europa bisogna anche avere consapevolezza degli ideali che essa incorpora e sui quali base le sue fondamenta solide, ovvero, comunione, pacificazione dei popoli e condivisione delle difficoltà. E in questa ottica la colpa non può mai essere di uno solo perché il singolo semplicemente non esiste. Tutti noi siamo colpevoli.

Lo siamo ogni volta che guardiamo un ragazzo di colore con sospetto se si avvicina a noi nei mezzi pubblici, ogni volta che uno “straniero” viene a rubare a casa nostra; ogni volta che ci indigniamo perché una persona di altro colore o etnia viene aiutato dal nostro stato; lo siamo, ogni volta che condividiamo il pensiero di uno come Salvini.

Lo siamo, un milione di altre volte…..

− Cerchiamo almeno di provare a ragionare obiettivamente sulla realtà dei fatti, pensiamo al fatto che queste persone sono costrette a scappare da conflitti che non si sono creati da soli, bensì sono stati alimentati dal menefreghismo del nostro mondo occidentale, che si muove solo quando c’è qualcosa da guadagnarci; Oppure pensiamo alle famiglie che fuggono da i propri stati di nascita per evitare facili condanne a morte ad opera di integralisti di questo o l’altra religione i quali  operano indisturbati per l’indifferenza e il menefreghismo più totale del nostro stato e della nostra civiltà “avanzata”.

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Pensiamo a tutto ciò e proviamo a calarci noi in quella situazione, non dovrebbe essere difficile visto che ci sono passati anche alcuni nostri conterranei ad inizio secolo. 

Provateci a comprendere profondamente il coraggio di queste persone, pronte a rischiare la loro vita per poterne ricominciare una migliore!

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