Taranto: una vita vale un posto di lavoro?

Ilva-avvelena-taranto-bimbo-mammaParlare di Taranto è facile. Posti di lavoro a rischio, famiglie col mutuo, economia industriale nel baratro. Viverci è diverso.

Viverci è stare immerso con la testa in una nuvola di fumo e morte, svegliarsi un altro giorno e sperare che non sia l’ultimo per te o per un tuo caro.

E quando parte il primo colpo di tosse e il fazzoletto si fa rosso, quando non hai un lavoro, non hai una casa tua, hai un figlio che non può giocare in un giardino pubblico e ti ritrovi con una referto tra le mani che sentenzia la tua fine a soli quarant’anni. Quando di anni ne meriteresti di più, per vivere, per veder crescere tuo figlio, per innamorarti ogni giorno di tua moglie, per non aver scelto di nascere lì.

A Taranto non si vive, si sopravvive, anzi si convive con il terrore e la morte nel cuore.

Una vita non vale un posto di lavoro. Lo sanno bene quei cittadini che hanno deciso di lottare contro la fabbrica della morte, che hanno deciso di rischiare il tutto per tutto, di lottare contro quella parte di Taranto che la fabbrica la vuole, che la fabbrica la ritiene innocua, quella parte di Taranto fatta di lavoratori e responsabili ILVA e soprattutto politici che reputano più importante un pezzo di ferro di un essere umano.

Ancora una volta un esempio di Manifestazione-contro-ilvaquesta politica italiana che non funziona, che rema contro il benessere e la salute dei cittadini, che passerebbe sopra le indagini effettuate dai magistrati impegnati a capovolgere l’ormai drammatica situazione di una città che pian piano sta vedendo morire e andar via i suoi concittadini. Una politica che ridicolizza i controlli sulle emissioni dannose della più grande azienda siderurgica in Europa, modificandone le leggi che la regolamentano aumentandone i limiti minimi.

Ma il magistrato Patrizia Todisco, il presidente di PeaceLink Alessandro Marescotti e Angelo Bonelli, leader dei Verdi, continuano il loro duro lavoro arrivando ad una svolta inaspettata con la confisca dei beni della famiglia Riva, proprietari dell’Ilva Spa.

Ammonterebbe ad otto miliardi di euro il risarcimento per i guadagni ottenuti da mancati investimenti della famiglia Riva. Una svolta che potrebbe portare una bonifica totale delle aree più colpite e una ristrutturazione degli impianti ormai tecnologicamente fermi agli anni Settanta.

Ma i cittadini di Taranto sanno che una bonifica potrà servire a poco, ormai le terre sono contaminate, il latte prodotto dalle mucche e dalle capre che pascolano nei terreni intorno alla città contengono un alto valore di diossina.

Anche le donne sono portatrici di diossina e allattano i loro figli con lo stesso micidiale veleno.

Graffiti-contro-Ilva-tumoriA Taranto, i bambini nascono con il gene predisposto alla formazione di tumori.

A Taranto la morte non guarda in faccia a nessuno, porta via neonati, ragazzini, uomini e donne e anziani.

A Taranto la vita di molti vale meno di un posto di lavoro

 

 

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